I Wanna Take You Higher: il funk liberatorio dei Duran Duran

I Wanna Take You Higher porta Sly Stone dentro Thank You: una cover corale e fisica che racconta il potere liberatorio della musica.

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I Wanna Take You Higher: il funk liberatorio dei Duran Duran

Dopo la tensione urbana di White Lines, i Duran Duran cambiano subito temperatura. I Wanna Take You Higher entra in Thank You come un’esplosione di voci, basso, chitarre e percussioni: non racconta una fuga solitaria, ma il momento in cui la musica solleva un’intera stanza. È una cover festosa e muscolare, costruita per far sentire sul corpo l’eredità di Sly and the Family Stone.

Dove nasce I Wanna Take You Higher

La canzone originale, intitolata I Want to Take You Higher, appartiene a Stand!, l’album pubblicato da Sly and the Family Stone nel 1969. Scritta e prodotta da Sly Stone, nasce nel punto in cui soul, funk, rock psichedelico e spirito gospel smettono di essere territori separati. Non è soltanto un brano da ballare: è una dichiarazione sul potere collettivo della musica.

Il pezzo divenne uno dei momenti simbolici dei concerti della Family Stone. A Woodstock, nel cuore della notte, Sly guidò la folla in una risposta corale che trasformava il ritornello in un rito. La parola “higher” non indicava necessariamente una sostanza o un’evasione chimica: nella struttura del brano significava soprattutto essere portati più in alto dal ritmo, dalla voce e dall’energia condivisa.

Nel 1995 i Duran Duran scelgono questa canzone per la seconda posizione di Thank You. Dopo aver aperto l’album con White Lines, continuano a esplorare le radici funk e afroamericane della propria musica. Non stanno cercando di dimostrare di conoscere soltanto il rock classico: vogliono mostrare quanto il loro basso, la loro idea di club e perfino il loro pop siano nati anche da questo mondo.

Perché questa cover è centrale in Thank You

Thank You viene spesso ricordato soprattutto per le polemiche che accompagnarono la sua ricezione. Eppure, ascoltato come autobiografia musicale, il progetto è più coerente di quanto suggerisca la sua fama. Ogni cover illumina una parte diversa del DNA dei Duran Duran. I Wanna Take You Higher rappresenta il desiderio di abbattere i confini tra generi e di riportare la musica alla sua funzione più fisica.

La posizione in scaletta è importante. White Lines mette il pubblico davanti a una città nervosa, attraversata da seduzione e pericolo. La seconda traccia risponde con un invito: adesso che il ritmo ha catturato l’attenzione, può trasformarsi in elevazione. L’album passa così dall’avvertimento alla liberazione senza perdere l’intensità della sezione ritmica.

La scelta dialoga anche con la lunga storia funk della band. Brani come Notorious e American Science avevano già mostrato quanto John Taylor, Nick Rhodes e Simon Le Bon sapessero muoversi tra eleganza pop e groove. Qui, però, non c’è più bisogno di nascondere l’influenza dentro una composizione originale: viene ringraziata apertamente.

Il suono: una band che cerca l’energia collettiva

L’arrangiamento dei Duran Duran è più duro e levigato rispetto all’originale del 1969. La chitarra di Warren Cuccurullo occupa uno spazio importante, mentre il basso di John Taylor mantiene il brano in movimento con un suono pieno, elastico e immediatamente riconoscibile. Le tastiere di Nick Rhodes aggiungono colore senza trasformare la traccia in synth-pop.

Alla batteria compare Tony Thompson, musicista fondamentale per comprendere il legame tra disco, funk e rock negli anni Ottanta e Novanta. La sua presenza dà alla registrazione una spinta enorme: il ritmo non accompagna semplicemente il canto, ma lo provoca. Thompson aveva già lavorato con John Taylor e Andy Taylor nei Power Station, e qui ritrova una parte di quella forza compatta e aggressiva.

Nei cori partecipano voci legate ai Furious Five, insieme a Curtis King e Lamya. Lee Oskar aggiunge l’armonica, strumento che richiama il carattere blues e comunitario dell’originale. Queste presenze impediscono alla cover di ridursi a un esercizio rock: il suono resta affollato, corale, pieno di risposte e sovrapposizioni.

Simon Le Bon davanti a una canzone corale

Simon Le Bon non prova a imitare Sly Stone. Sarebbe stata una scelta impossibile e poco utile. Usa invece la propria voce come guida dentro un insieme più ampio: apre lo spazio, lancia le frasi e lascia che i cori gli rispondano. La sua interpretazione è teatrale, ma non malinconica; lavora sull’entusiasmo e sulla capacità di coinvolgere.

Questo è un territorio diverso rispetto alle grandi ballate dei Duran Duran. Non c’è la vulnerabilità di Ordinary World né il mistero cinematografico di The Chauffeur. La voce serve soprattutto a creare un “noi”. È il pubblico, più che un personaggio preciso, il vero destinatario della canzone.

Proprio per questo l’esecuzione può sembrare eccessiva a chi cerca il lato più raffinato della band. Ma l’eccesso appartiene al progetto: una canzone sull’energia collettiva non può essere timida. Deve accumulare suono, ripetere l’invito e far crescere la sensazione che qualcosa stia per superare il limite.

Cosa racconta davvero la canzone

Il testo è volutamente semplice. Non costruisce una storia e non propone immagini complesse: mette al centro la musica che diventa sempre più intensa e porta l’ascoltatore verso uno stato emotivo più alto. Il significato nasce dalla ripetizione, dal dialogo tra voce principale e coro, dalla trasformazione di poche parole in esperienza condivisa.

Una lettura superficiale potrebbe associare immediatamente il termine “higher” alle droghe e alla cultura psichedelica della fine degli anni Sessanta. Quell’eco è inevitabile, ma il brano insiste soprattutto sul suono che “diventa più forte” e sul ritmo che produce elevazione. La musica è il mezzo dichiarato: è lei a cambiare il corpo e la percezione.

Nella versione dei Duran Duran questo significato diventa quasi una dichiarazione di identità. Dopo anni in cui il gruppo era stato raccontato attraverso moda, videoclip e successo, la cover ricorda che alla base di tutto c’è ancora il piacere elementare di una band che suona insieme e vuole trascinare il pubblico.

Il legame con Woodstock e l’idea di comunità

La memoria di Woodstock pesa inevitabilmente sulla canzone. L’esibizione di Sly and the Family Stone è rimasta celebre perché trasformò una folla enorme in una sola voce nel cuore della notte. Non era soltanto spettacolo: era la dimostrazione che un brano costruito su chiamata e risposta poteva abbattere, almeno per qualche minuto, la distanza tra palco e pubblico.

I Duran Duran non cercano di ricreare artificialmente quel momento storico. Il loro 1995 è molto diverso dal 1969: più digitale, più disilluso e meno convinto che la musica possa cambiare il mondo. Tuttavia mantengono intatto il meccanismo fondamentale. La canzone funziona solo se chi ascolta accetta di partecipare.

Questo spiega anche la presenza di tante voci nella registrazione. Il coro non è decorazione. È il cuore politico ed emotivo del pezzo: nessuno viene portato “più in alto” da solo. Il movimento avviene insieme agli altri.

Version 1 e la reprise finale

Sull’edizione standard di Thank You, la seconda traccia viene oggi identificata sulle piattaforme come I Wanna Take You Higher (Version 1). Verso la fine dell’album compare invece I Wanna Take You Higher Again, una ripresa differente che chiude il cerchio aperto all’inizio.

Le due versioni non sono semplicemente duplicati. La prima è diretta, compatta e pensata per affermare immediatamente l’energia del disco. La reprise finale ha un’altra funzione: fa tornare il tema dell’elevazione dopo che l’album ha attraversato Bowie, Lou Reed, Dylan, Elvis Costello, Public Enemy, The Doors e Led Zeppelin.

In questo articolo il centro resta la seconda traccia, quella che introduce l’omaggio a Sly Stone. I Wanna Take You Higher Again merita un’analisi autonoma perché agisce come conclusione e commento retrospettivo sull’intero viaggio di Thank You.

Perché continua a dividere i fan

Una parte del pubblico ama questa cover per la sua energia e per il ruolo dominante del basso. Altri ascoltatori la percepiscono come troppo rumorosa, troppo insistente o distante dall’identità classica dei Duran Duran. Entrambe le reazioni sono comprensibili, perché il brano non cerca una zona neutra.

Il problema più ampio è che ogni traccia di Thank You viene spesso giudicata attraverso la reputazione dell’album. La cover diventa così la prova di un presunto errore oppure, al contrario, un oggetto da difendere a ogni costo. Ascoltata fuori da questa battaglia, rivela invece una band sinceramente innamorata della materia musicale che sta affrontando.

Non tutto è misurato e non tutto deve esserlo. L’arrangiamento sceglie l’impatto, la densità e il piacere del volume. È proprio questa mancanza di prudenza a renderlo interessante: i Duran Duran non stanno visitando un museo del funk, stanno cercando di entrarci suonando.

Quello che non tutti sanno

La batteria della versione principale è affidata a Tony Thompson, protagonista della scena disco con gli Chic e membro dei Power Station insieme a John Taylor e Andy Taylor. Il suo modo di colpire rende la traccia più vicina al rock da arena senza cancellarne la radice funk.

Lee Oskar, noto soprattutto per il lavoro con i War, suona l’armonica. Inoltre i crediti riportano cori di Grandmaster Flash and the Furious Five, Curtis King e Lamya. È una formazione di ospiti che racconta bene l’obiettivo del disco: non copiare un repertorio amato, ma creare incontri tra musicisti e tradizioni diverse.

La presenza di una seconda versione alla fine di Thank You rende questo brano una cornice dell’album. Dopo l’apertura provocatoria di White Lines, l’invito di Sly Stone accompagna il viaggio e torna quando il percorso delle cover è ormai completo.

Bibliografia e riferimenti


Questo articolo è un approfondimento editoriale dedicato alla canzone, alla sua storia e al suo possibile significato. Le interpretazioni sono presentate come letture motivate, salvo dove siano disponibili fonti ufficiali o dati documentati.